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domenica 16 gennaio 2011

Piccoli problemi di cuore

Per me non ha senso parlare di questo nuovo contratto senza capire che due sono i punti strategici:
  • LA PRODUTTIVITA'
  • LE RELAZIONI INDUSTRIALI FIAT-SINDACATI E FIAT-CONFINDUSTRIA


Su primo punto, la produttività: Marchionne ha stabilito che per restare competitiva sul mercato, Fiat deve produrre certi volumi di auto l'anno.
Con produzioni elevate si innescano certi meccanismi di scala che abbattono i costi e permettono quindi di vendere nei mercati emergenti.
Non sta a noi discutere se questo sia vero o meno, fatto sta che Marchionne si è convinto di questo, ed andando a trattare coi sindacati ha posto loro il seguente dilemma: "Io se volete resto in Italia a produrre, ma voi assicuratemi che i lavoratori queste auto le produrranno davvero". E' un discorso normalissimo che in qualunque paese del mondo sarebbe scontato: un manager investe in una fabbrica e si attende che l'investimento renda. Se il manager scopre che i lavoratori si assentano un venerdì sì e l'altro no o che quando gioca la nazionale la catena di montaggio si interrompe, allora c'è un problema. E in FIAT infatti c'era questo problema.
Marchionne ha fatto un accordo più o meno discutibile coi sindacati che sono stati disposti a seguirlo sul terreno della produttività. Si può criticare qualche punto nello specifico, ma si tratta di condizioni che verrebbero accettate in ogni parte del mondo, dal Canada alla Serbia.

Un sindacato non ha accettato di discutere la cosa in termini di produttività. La FIOM ha deciso che invece la questione di base sono i diritti.
Ovviamente per rinforzare la cosa, si è messa a sbraitare di diritti "costituzionali", quando in realtà la costituzione non parla affatto di pause, turnazioni o altro: la Carta rimanda tutto al codice del lavoro.
FIOM, agendo come un partito e non come un sindacato che tuteli i propri iscritti, ha deciso che guadagnare di più lavorando di più è sbagliato (certo, più sei povero più sei sindacalizzato) e che combattere i fannulloni in fabbrica è un attentato alla costituzione (certo, i primi a prendere permesso sono i sindacalisti che per riunioni di mezz'ora saltano giornate intere a stipendio pieno).


Con queste premesse, FIAT si è trovata a fare da avanguardia per il rinnovo delle relazioni industriali coi sindacati ma anche con confindustria.
I sindacati li ha sconfitti sul territorio della legge: i sindacati infatti non hanno mai accetato di farsi registrare come prevederebbe la Costituzione (della serie: la costituzione ci piace solo quando fa comodo a noi!). Registrandosi infatti dovrebbero contarsi ed adottare uno statuto democratico.
Se si registrassero, ad esempio, si scoprirebbe che CGIL non ha i numeri che millanta di avere, e dandosi uno statuto democratico FIOM perderebbe il diritto di veto all'interno di CGIL.
Allora Marchionne che ha fatto? Non potendo trattare con dei sindacati che gli diano dei numeri certi (perché non si sa quanti sono davvero i loro iscritti) ha indetto un referendum tra i lavoratori: più democratico di così si muore.
Non solo. Ha messo alla porta i sindacati che non firmano l'accordo. CGIL che non ha firmato ha gridato al colpo di stato, dimenticando che è lo Statuto dei Lavoratori stesso a prevedere una cosa simile.
Al referendum FIOM-CGIL e COBAS hanno perso dimostrando di non rappresentare la maggioranza dei lavoratori.
Le relazioni industriali sono state stravolte e CGIL ha perso.
Ha cominciato FIAT perché, essendo la realtà industriale più grande, è quella in cui i problemi della produttività sono più accentuati. Ma state pur certi che adesso le PMI inizieranno ad adottare questo tipo di contratto senza problemi.
Questo, tra l'altro, avrà anche un altro benefico effetto: l'ingresso dei sindacati nelle piccole aziende a patto che firmino una piattaforma di accordo. Che è un modo di dire che d'ora in poi i sindacati potranno entrare in azienda per fare il sindacato e non per fare politica, e che il loro operato sarà difendere i lavoratori e non combattere aprioristicamente "il padrone".

Sicché Marchionne ha dato una spallata a FIOM e CGIL, ma ha messo in crisi anche Confindustria (è una cosa di cui non parla nessuno però).
La newco infatti sta fuori da Confindustria (!): solo uscendo da Confindustria Marchionne ha potuto porre il problema della produttività. Che è un modo di dire che Confindustria a sua volta, come CGIL, non tutela gli iscritti bensì mira solo a fare politica.
Ora la Marcegaglia deve trattare coi sindacati il rinnovo dei contratti, e lo farà da una posizione indebolita. Marcegaglia deve infatti parlare anche lei di produttività, sennò le PMI col cazzo che restano in Confindustria, passerebbero tutte al contratto FIAT.

Marchionne ha terremotato CGIL ed ha rivogato una tremenda patata bollente a Confindustria. Solo lui lo poteva fare.
Solo FIAT ha il "peso economico" per fottersene degli equilibri politici con sindacati e partiti. Solo FIAT ha il "peso economico" per fottersene degli equilibri politici all'interno di Confindustria.
E in questo, solo uno che viene da fuori, un italo-canadese che se ne fotte delle tradizioni italiane di assistenzialismo e accordi sottbanco poteva spingere FIAT a fare da apripista per una delle prime vere iniezioni di libero mercato in un paese che sta affondando e da cui gli investitori scappano.

*  *  *

Alla luce di tutto questo, la solita propaganda vetero-comunista (che va da FIOM a Micromega, per capirsi, passando da Littizzetto ad Hack) ha cambiato terreno di scontro.
Ha parlato di "diritti" e "costituzione", quando quel che ha fatto Marchionne non lede alcun diritto costituzionale.
Ha parlato di "ricatto". Come se da sempre le relazioni azienda-sindacati non seguissero la logica del ricatto. La differenza è che stavolta non sono stati i sindacati ad usare il ricatto dello sciopero generale bensì FIAT a porre una semplice questione: "o mi assicurate la produzione o ce ne andiamo in paesi dove ci sono sindacati che ce la assicurino".
In qualunque paese normale si sarebbe trovato un accordo senza passare dal referendum. Qua è stato necessario lo psicodramma perché qualcuno ha montato la cosa per fini politici quando la questione era meramente economica.
Si è detto che FIAT vuole delocalizzare e imporci le condizioni lavorative del Burundi. Peccato che semmai avrebbe esposrtato la produzione in Canada, paese notoriamente schiavista e sottosviluppato.
La realtà è che il paese schiavista e sottosviluppato è il nostro, perché è ancora oppresso da regole che hanno negato il lavoro ad una generazione garantendo al tempo stesso il pasto gratis a quelle precedenti.
La propaganda ha parlato di "ragioni del cuore e ragioni della mente": cazzate signori, tutte cazzate e pure ipocrite. Qua si parla di lavorare e produrre.
Se vi piace, se siete degli idealisti, se seguite il cuore e il cuore vi dice che stare in catena di montaggio è bello, allora perché non lo fate gratis? Aha. E allora fatela finita di raccontarci degli ideali.
Non c'è alcun ideale, c'è solo contrattazione tra esigenze diverse. Combattere per avere la pausa cesso di 15 minuti anziché di 10 non è un ideale, non si tratta di "ragioni del cuore", a meno che il cuore non ce l'abbiate particolarmente basso e cachi merda. Nel qual caso fatevi vedere da un cardiologo di quelli bravi.


mercoledì 12 gennaio 2011

Sabbatical as a way to do nothing and bring stillness to your life

Sulla Repubblica di ieri 11 gennaio, pagina 25, c'è un interessante articolo sull'anno sabbatico.

L'anno sabbatico in genere è un anno di pausa che possono prendere professori universitari o comunque professionisti avviati per studiare ed informarsi, per ricominciare poi l'anno dopo a rilavorare con idee nuove.
Un anno di formazione (un po' come i MBA fatti bene, rivolti a chi ha già esperienza lavorativa in quel settore) per farsi venire idee nuove, insomma.

Nel mondo accademico (quello serio, quindi non in quello italiano) ha parecchio senso: tipicamente attorno ai 22-30 anni hai le idee più nuove, perché sei fresco di studi e nel complesso durante il PhD hai un minimo di tempo per studiare e approfondire qualcosa da te.
Poi negli anni seguenti sfrutti fino all'ultima goccia le idee che hai avuto pubblicando tutto il pubblicabile, ma alla fine ti servono idee nuove perché quel che pubblicavi su Nature a 25 anni adesso è così di routine che non va neanche sul Corriere dei Piccoli. E allora un anno di stacco per studiare ha senso.

L'Italia è un paese fantastico, invece: l'80% degli studenti di scienza della comunicazione, il 70% degli studenti di legge e il 52% degli studenti di scienze politiche vorrebbe fare un anno sabbatico.
Non si sta parlando di professionisti, eh, ma di studenti!
Ci spiega la solita sociologa (tale Chiara Saraceno): "è una moratoria psicosociale prima delle responsabilità della vita adulta".
Tradotto per i profani: è un ulteriore anno di cazzeggio pagato da mamma e papi che dopo 5(+fuoricorso) anni di università regalano ai propri figli un altro anno per grattarsi.
Sì, c'è magari chi lo mette a frutto, chi si dà da fare, chi se lo ripaga da sé e bla bla bla, ma si tratta di tre gatti statisticamente irrilevanti.

La realtà è che in questo paese c'è poca voglia di lavorare.
Quel che è peggio, la voglia di lavorare decresce con l'aumentare del titolo di studio.

La scarsità di offerte di lavoro per laureati è solo una parte del fenomeno: non basta a spiegare questa totale e completa disaffezione dal lavoro da parte di chiunque c'abbia uno straccio di pezzo di carta in mano.
La realtà è che l'università è diventata un parcheggio sociale, così come le carceri sono una discarica: in un università stazionano per un numero indefinito di anni persone che con minimo sforzo possono avere ed avranno un titolo di studio che una volta era una ragionevole garanzia di possedere delle competenze.
Ora le competenze sono spezzettate in decine di esami senza senso e completamente non formativi.
Un eterno presente foraggiato dalla ricchezza delle famiglie che hanno deciso che la laurea è l'unico modo per assicurare ai figli un futuro radioso. Tutti vogliono avere il figlio dottore in qualcosa, nessuno vuole avere il figlio manovale. Tutti sono convinti che il proprio figlio sia speciale, particolarmente dotato, eccellente in almeno una disciplina strategica che gli assicurerà di diventare top manager di qualcosa entro i 30 anni. Certo, come no.

Cosa ancora più grave, intere generazioni sono state cresciute con l'idea che le competenze siano inutili nella società moderna (questo lo dicevano negli anni '80), nel terziario avanzato (questo alla fine degli anni '90), nel web2.0 (questo negli anni 2000) e così via.
La cosa è del tutto falsa, ovviamente (come se facebook non abbia dietro pianificazione e competenze), ma i profeti del cazzeggio sono ovunque e tutti promettono la medesima cosa: "fai soldi se sei buono a nulla, perché tanto tu sei speciale dentro".
I media hanno coltivato questa idea perché fa presa, è utile per il marketing di qualunque cosa, e l'hanno anche contestualmente diffusa.
Nessuno vuole essere brutto e grigio come Marchionne, sa di fatica, di studio, di responsabilità. Poi quei maglioncini... brrr. Vogliamo tutti essere strafighi e tutti speciali, ci piastriamo i capelli e sogniamo la Mini e tutte le sere all'aperitivo e poi a ballare. Gente così fa girare l'economia e consuma ben oltre quel che può davvero permettersi.

Nessuno nasce con la voglia di farsi il culo, se possibile chiunque preferirebbe la strada più semplice. Un paio di calci in bocca assestati bene dalla vita entro i 20 anni aiutano a realizzare che invece farsi il culo è l'unico modo per continuare a sperare di rimanere a galla.
Purtroppo la società del benessere questi calci in bocca non li assesta se non quando è troppo tardi (quando la mentalità delle persone è già formata) perché la ricchezza diffusa o (in Italia) quell'ammortizzatore sociale che sono i risparmi di famiglia sono sufficienti a far vivere i giovani in un eterno presente almeno fino ai 25-30 anni.
Superata tale soglia che si fa? Ma è logico: si cerca di perdurare nell'eterno presente! Finiti 5 anni di parcheggio in ateneo? Ma prendiamoci un bel sabbatico!
Al ritorno perché non una seconda laurea, magari in "organizzazione di eventi"? O un bel master in "stilismo della moda"? Figo, eh!

L'Occidente è da 20 anni che sta vivendo al di sopra delle proprie possibilità (l'Italia da più tempo) e per anni a molta gente ha fatto comodo così.
Il problema è che alla fine della fiera il conto da pagare per aver perso tempo ed aver buttato intere generazioni sarà salato.

giovedì 9 dicembre 2010

Deregulation is the way!

C'è una metà buona d'Italia che ha deciso di non rispettare le regole.
Ma perché ha deciso di fare così? Perché l'Italia è uno dei paesi più oppressivi d'Europa sotto una infinità di punti di vista: dal fisco alla burocrazia, in Italia spadroneggia l'attitudine catto-comunista a colpire, penalizzare e smerdare chi fa soldi.
Col risultato che si costringe oggi chi vuole fare i soldi ed ha le qualità, il merito e le competenze per farne ad agire in modo spesso illegale.
Questa Italia si riconosce in Silvio Berlusconi, perché rappresenta uno di loro, incarna quel che loro vorrebbero dallo stato: meno burocrazia, meno tasse, meno regole.

Su alcune cose questa gente ha ragione: pensate alla legislazione sulla sicurezza sul lavoro.
Abbiamo la legislazione più rigida d'Europa in questo campo, addirittura un imprenditore è tenuto a garantire la sicurezza dei suoi dipendenti con ogni mezzo tecnologicamente disponibile.
Capite che questo significa due cose: o un datore di lavoro queste norme le rispetta davvero, e quindi chiude dopo due settimane, oppure se ne catafotte del tutto rischiando e facendo rischiare ai suoi dipendenti.
Ovviamente quest'ultimo caso è quello diffuso sul territorio, tant'è che l'Italia è uno dei paesi col più alto numero di incidenti e morti sul lavoro.

Ma se ne potrebbero fare altre decine di esempi: pensate ad un imprenditore che sulla carta deve pagare un buon 50% di tasse sui suoi guadagni, che però sono solo sulla carta perché magari i suoi clienti non lo pagano.
Lui deve pagare le tasse su guadagni che non ha perché lo stato non è abbastanza intelligente da capire che se i clienti non lo pagano lui a sua volta non può pagare lo stato.
La soluzione? Ovviamente fare in nero ed evadere.
Oppure fare bancarotta e mandare a casa i dipendenti.

Ma ancora, la legislazione sul lavoro: l'Italia dà delle garanzie mai viste ad un dipedente con contratto di lavoro subordinato.
Praticamente l'azienda se lo sposa e non è in grado di liberarsene neppure se questo non fa un cazzo, perché le cause di lavoro sono lentissime e prima di licenziare ci devono essere settecentomila ammonimenti verbali e scritti.
Risultato?
Che o lavori in nero o ti fanno uno stàge o un co.co.pro.

Considerate bene queste esempi, perché sono indicativi.
L'Italia è al top per legislazione sulla sicurezza del lavoro, tasse e garanzie del posto di lavoro.
Risultato: morti nei cantieri a iosa, evasione fiscale e precariato perenne.

L'eccesso di regolamentazione produce mostri.
L'elettorato di Berlusconi lo sa ed è per questo che si affida a lui.

Ed il giorno che Berlusconi non ci sarà più il suo elettorato rimarrà comunque, ed avrà bisogno che qualcuno dia delle vere risposte che, inevitabilmente, dovranno scontentare i catto-comunisti amanti della burocrazia e delle tasse.

domenica 24 ottobre 2010

Laureati? Non pervenuti

L'attacco concentrico all'università, sacrosanto, sta perdendo smalto grazie alla pronta reazione baronale e studentesca.
Non stupisce: questo governo, il più mediocre dei mediocri, difficilmente può tenere fede allo "spirito riformatore" ed alla "rivoluzione liberale" tanto a lungo promesse.

In un bell'editoriale sul Corriere della Sera di oggi (link) si illustrano le conseguenze ultime della riforma Gelmini, come del resto avevo già esposto nel mio post di 4 giorni fa (link): portare l'estinzione e la selezione naturale nelle casematte del clientelismo (dette anche "università").

Comunque, che la riforma vada in porto o no, la laurea comunque diventa un pezzo di carta sempre più inutile, al livello dei "rotoloni regina": non finiscono mai, e devi correre per agguantarli.

Perfino su Repubblica si stanno svegliando ed oggi leggo questo ispirato brano (link):
Ma quali sono le "arti" che offrono impiego e non lo trovano? Niente a che fare con l'alta tecnologia, con i segreti del web e con i mille "corsi di computer" che milioni di famiglie hanno pagato e fatto frequentare ai figli pur di riciclare il vecchio diploma o, ancor peggio, la fresca laurea.
Alle imprese italiane - piuttosto - servono installatori di infissi e serramenti: quest'anno, assicura la Confartigianato, le aziende erano pronte ad assumerne 1.500, ma nell'83,3 per cento dei casi non hanno trovati quello che cercavano. Stesso problema per i panettieri, i pastai, gelatai, pasticceri, tagliatori di pietre, marmisti, falegnami, cuochi, sarti, tessitori... insomma 68 mestieri (tanti ne elencano gli artigiani) dove il "saper fare" conta, ma non si trova. Dove il lavoro è fatica anche fisica e la manualità fondamentale. Posti che restano vacanti sia perché i candidati che si presentano sono pochi , sia perché quelli che ci provano non sono adatti.
Insomma, anche a sinistra stanno scoprendo che forse far laureare tutti nelle discipline più assurde forse non è un viatico per trovare lavoro.

Questa tendenza infame a creare corsi di laurea demenziali va di pari passo con la volontà dei giovani di non sporcarsi le mani e scegliere sempre la strada più facile.

Quando io dico che la società italiana è ingessata e che per i giovani si prospetta un futuro precario e di miseria, non intendo affatto dire che i giovani siano tutti bravi e che abbiano diritto a ciò che hanno avuto i nostri genitori.
Quel che intendo dire è che sui giovani si sono scaricate tutte le "colpe" del nostro mercato del lavoro e che il peso è tale da stroncare anche i più meritevoli.

Ovviamente, i più meritevoli sono solo uno sputo-percento del totale, e questo ce lo dice anche Repubblica: tutti sono convinti di avere le qualità per essere ambasciatori, poeti e letterati (altrimenti non si capisce perché tutti vadano a relazioni Internazionali, Scienze Politiche, Mediazione di Conflitti e così via).
Non hanno neppure quel briciolo di buonsenso da capire che è meglio essere un buon manovale con uno stipendio che un cattivo intellettuale a carico dei genitori.
La cosa bella è che prima o poi i soldi di mamma e papi finiranno.

L'imbarazzante silenzio dei sindacati

Anche i quotidiani di area catto-eco-comunista si stanno rendendo conto che i giovani precari di oggi (che saranno i vecchi di domani) non avranno pensione (link).
Nello specifico, se andiamo a vedere i numeri, si parla grosso modo di pensioni comprese tra i 5000 e gli 8000€ l'anno per gente che abbia lavorato 12 mesi l'anno (niente ferie ovviamente, un co.co.pro. non ne ha diritto) per almeno 40 anni [*]. Cioè meno di quello che è oggi la pensione sociale erogata a chi non ha mai mosso un dito in vita sua per lavorare.

Ed anche i quotidiani d'area non capiscono bene perché il sindacato, che non fa che sfilare e protestare e minacciare in difesa della classe operaia più fannullona del continente, taccia davanti a questa macelleria sociale che si sta delineando.

Che questi quotidiani (e tutta l'accozzaglia intellettuale che si trascinano dietro) non capiscano è evidente: la loro ideologia impedisce di vedere la semplice realtà dei fatti.
Noi che, si spera, non siamo affetti da nessuna fede o ideologia, possiamo invece dare una spiegazione molto razionale del fenomeno.
  • I sindacati hanno avallato tutto questo già ai tempi della riforma del lavoro di Treu.
    Il mercato del lavoro in quegli anni (1996-1998) era al collasso e le soluzioni erano due: o liberalizzarlo in qualche misura per tutti oppure garantire il posto fisso ai vecchi e scaricare tutti gli oneri sui giovani.
    "La seconda che hai detto" è stata la risposta del mitico trio CGIL-CISl-UIL.
    I sindacati hanno venduto il futuro (lavorativo) dei giovani per salvaguardare i privilegi dei vecchi.
Il perché di questa scelta è ovvio: i sindacati, come vado ripetendo da svariati post, non sono affatto i difensori "dei lavoratori". Assolutamente no.
I sindacati difendono i lavoratori iscritti al sindacato. E stop.
I sindacati amano ammantarsi di un'autorità che non hanno, ovverosia quella di rappresentare tutti coloro che "faticano", ma non è affatto così.
Quindi non ci dobbiamo stupire se essi hanno sottoscritto accordi per salvaguardare i propri iscritti svendendo il futuro dei giovani che, in quanto ai margini del mercato del lavoro, non sono iscritti.

Inoltre il precariato riguarda più di tutti i laureati, gente con un minimo di cultura in più della media (solo un minimo, eh, ma basta quello a fare la differenza) e che tendenzialmente non amma accontentarsi: tutta gente che in quanto più istruita e consapevole crea problemi a tutti, sindacati inclusi [**].

Certo, nel lungo periodo questa si rivelerà anche per i sindacati stessi una scelta miope: difendendo il passato a discapito del futuro hanno posto le basi per un crollo di iscrizioni.
Ma si tratta di un futuro remoto e la dirigenza sindacale, fatta per lo più da funzionari interessati a salvaguardare i propri interessi personali, non ha certo interesse nel futuro degli altri.

Ovviamente la sinistra catto-eco-comunista non ha nessuno strumento culturale per capacitarsi di questo, perché uno dei dogmi incrollabili della fede post '68 è che la CGIL è infallibile (un po' come il Vescovo di Roma per i cattolici).

Sicuramente questa sinistra radical-chic e con la erre moscia impiegherà svariati anni a dibattere ancora del problema nei suoi "salotti buoni", quando la soluzione più semplice e che spiega più cose (quindi, in base al rasoio di Occam, quella più aderente alla realtà) è chiaramente al di là della sua prospettiva culturale.

La speranza è che questa gente, se proprio vuole riempire le piazze, continui a non essere rappresentata a livello legislativo.



* Ovviamente supporre che un "precario a vita" riesca sempre a lavorare in modo continuativo per 35-40 anni è pura utopia. Vorrebbe dire che appena scade un contratto o un progetto immediatamente ne trova un altro, del tutto irrealistico visto che la disoccupazione giovanile è oltre il 25%.
Quindi le pensioni in realtà saranno ancora più basse.


** Non può sfuggire ormai la correlazione che c'è tra istruzione e bassa sindacalizzazione.
Del resto il sindacato da tempo trae forza da povertà, miseria e ignoranza, esattamente come la Chiesa Cattolica.

sabato 16 ottobre 2010

I lavoratori si dividono in due categorie: i lavoratori e i non-lavoratori

La manifestazione sindacale di oggi ha del grottesco (link).
Per una volta mi trovo d'accordo con le parole di un ministro del governo Berlusconi:
Oggi è scesa in campo una minoranza, speriamo che resti tale.
Ecco, io lo spero davvero.
Non mi permetto di giudicare i singoli che hanno ritenuto di partecipare a questa iniziativa.
Mi permetto però di dire la mia su cosa ci sta dietro a tutto questo: una non accettazione della realtà.
Questa non accettazione passa da almeno due stadi, ben interconnessi tra di loro: li passo brevemente in rassegna.

1) La critica più forte che si è levata dai sindacati e dalla "sinistra estrema" (a me piace chiamarla "sinistra smodata", perché dà più l'idea di un gesticolare frenetico sotto gli effetti di stupefacenti) è rivolta al cosiddetto "Modello Marchionne" ed alla "dittatura del libero mercato".
Peccato che il "Marchionnismo" non è altro che chiedere che i lavoratori facciano quello che li definisce: lavorare, e non inventarsi centomila scuse per assentarsi e mandare in malora le fabbriche.
Marchionne chiede una cosa molto semplice: vuole che siano prodotte x auto nel tempo y, perché all'azienda servono visto che le attuali previsioni sull'andamento dei mercati suggeriscono che solo le aziende capaci di immettere grandi quantità di auto potranno sopravvivere alla crisi.
Quel che chiede Marchionne ovviamente è del tutto giusto e sarebbe lecito chiederlo in ogni circostanza ("prendete uno stipendio per lavorare, non per darvi malati quando gioca l'Italia"), ma a maggior ragione adesso che la sopravvivenza stessa dall'industria italiana è a rischio.
Ovviamente queste parole di buon senso sono state salutate da parte dei sindacati con la solita bordata di insulti: tra Landini e gli altri suoi compagni di merende sono arrivati a dire di tutto, compreso che Marchionne "attenta ai diritti costituzionali" [*]. A quali diritti costituzionali facciano riferimento questi signori non è dato saperlo, probabilmente anche la "sinistra smodata" ha deciso di dotarsi di una costituzione materiale sua propria (non diversamente da quel che sostengono Ghedini e Berlusconi [**]) il cui articolo unico recita: "Tutti sono automaticamente lavoratori ed hanno diritto a percepire un regolare stipendio qualunque cosa facciano o non facciano".
Con questi figuri è del tutto impossibile imbastire alcun dialogo: bene fa Marchionne ad andare avanti senza di loro, che proseguano il loro sterile monologo nelle piazze.
Resta il fatto che questa gente può avere un seguito: a seconda di quanto è esteso tale consenso il destino industriale del nostro paese può portarci verso il baratro del terzo mondo o meno. In ogni caso sappiano che a Marchionne non ci vuole niente a smobilitare tutto, licenziare a manetta e spostare la produzione in posti dove la gente ha voglia di sgobbare sul serio, tipo Polonia e Romania.


2) La gente scesa in piazza grida esasperata: "non c'è lavoro, è inaccettabile".
Be' signori, benvenuti nel XXI secolo dalla parte di chi non cresce più dell'1% l'anno.
Credevamo davvero che quei numeri che l'ISTAT ci dice alla Tv fossero solo sciocchezze? Be', ecco il risultato: l'Italia sta diventando un paese sempre più povero.
E questo non è né inaccettabile né stupefacente: minacciare lo sciopero generale come ha fatto irresponsabilmente Epifani non significa altro che impoverire l'Italia ancora di più, far chiudere più aziende, minare la nostra crescita economica.
Crescita economica che è risibile da decenni a causa di un semplice problema: in Italia la selezione del libero mercato non ha operato per decenni, ed l'assenza di questa ha fatto sì che imprese fallimentari siano rimaste in piedi in modo artificioso (con aiuti di stato, salvataggi pubblici, prestiti irragionevoli in condizioni di insolvibilità) soffocando quel che di buono poteva nascere.
Per anni il sistema ha retto, per il solito motivo cui accennavo prima in precedenti post (link): l'Italia era un paese di una certa importanza, avevamo la cortina di ferro al confine e il mercato stesso si limitava all'Occidente.
Insomma, in una qualche misura (in quanto parte del'Oiccdente) eravamo arbitri e giocatori al tempo stesso, mentre il resto del mondo faceva la fame noi parlavamo di Dior e delle sfilate di Valentino come se fossero cose delle massima importanza.
Ora, se vogliamo, possiamo pure continuare a far finta di essere ancora ricchi e discutere amabilmente di fuffa allo stato puro (come del resto fanno i nostri mezzi di informazione: descrivono un'Italia che sembra ancora benestante), ma nel frattempo il mercato si è allargato a miliardi di altre persone, la guerra fredda è finita da un pezzo e con essa la nostra importanza strategica: scopriamo così che i nuovi protagonisti della globalizzazione (in primis Cina, India, Brasile, Corea del Sud, ma a breve anche Indonesia, Messico, Turchia, Vietnam e Russia) non sono affatto disposti a giocare contro di noi con noi come arbitro.
La globalizzazione ha portato il ventro fresco del libero mercato anche nel Vecchio Continente, che si scopre sempre più marginale ed impotente. E, tra tutte le nazioni del Vecchio Continente, la più impreparata ad affrontare le sfide del futuro è proprio l'Italia.
I manifestanti dicono che questo è "inaccettabile". Ma inaccettabile che? E' un fatto che l'Italia stia declinando, potete pure battere la scarpa sul tavolo come Kruscev e mettervi a piangere, ma non cambierete la realtà dei fatti.
Al contrario, i fatti vanno "accettati" il prima possibile perché solo prendendone atto si può tentare di mettere in atto delle contromisure efficaci (più mercato, più competizione, meno privilegi).
Ma chiaramente non è questo ciò che interessa la sinistra estrema: loro vogliono giocare con le regole vecchie, mentre il mondo è già passato a regole nuove, e non si capacitano di come mai questa volta le cose non stiano andando come vogliono loro.
Ma poi, perché sarebbe "inaccettabile" che l'Italia vada a picco mentre per decenni ci è parso normale che messicani e brasiliani (tanto per fare due esempi) fossero poveri straccioni morti di fame? Non notate il fondamentale razzismo di tutto questo? Il non voler accettare per noi quel che in altri momenti storici è valso per gli altri? E poi l'egocentrisimo di questa affermazione: il mondo globalizzato se ne frega se l'Italia, penisola minuscola di 60 milioni di pezzenti, ha dei problemi economici.
Il mondo là fuori può benissimo fare a meno di noi: siamo noi che ormai (come mercato) non bastiamo più a noi stessi e quindi siamo noi ad avere bisogno del resto del mondo. E no, esportare pizza, mafia e mandolino (i nostri tre principali prodotti da esportazione, se continua questo andazzo) non sarà la soluzione ai nostri problemi.


Insomma, la "gente" si lamenta di non avere un futuro. Lo capisco bene, neanche io ho un futuro.
Ma non pretendo che sia un diritto averlo: il futuro ce lo si deve costruire (anche in USA è un diritto la ricerca della felicità, non la felicità in sé!), se i nostri genitori ci hanno illuso che il futuro fosse gratis, be', si sbagliavano e di grosso anche. Alla fine qualcuno paga sempre [***].

Oggi, va detto, sono scesi in piazza non solo i privilegiati (quelli col posto fisso), ma anche i precari che aspirano al posto fisso.
Ma concettualmente non fa differenza: non esiste alcuna differenza tra forma mentis di un privilegiato e quella di un paria che aspira ad essere privilegiato.
Il salto di qualità sarebbe aspirare ad una posizione consona ai propri meriti (se ci sono), mentre qua la gente sembra pretendere una posizione consona ai propri bisogni. Non è la stessa cosa.

La polemica di questi giorni su scuola ed università del resto è da manuale: precari che vogliono essere assunti in quanto precari, anche se in realtà di loro non c'è alcun bisogno. Gente che ha confuso il servizio pubblico con un erogatore automatico di stipendi a pioggia.
Una seria riforma del "sistema Italia" (se mai verrà tentata) non potrà che passare da una riforma prioritaria del pubblico impiego, introducendo la possibilità effettiva di licenziare chi non lavora (e sono tanti).


Ennio Flaiano disse una volta che "i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti".
Allo stesso modo, oggi bisognerebbe dire che i lavoratori si dividono in due categorie: i lavoratori e i non-lavoratori.

Chi è sceso in piazza oggi, in buona fede o meno, ha difeso gli interessi di chi si approfitta delle carenze del sistema per prendere uno stipendio senza lavorare, gravando così sui pochi che si fanno carico delle mancanze di tutti.

Complimenti.



* Dimenticando, come al solito, che semmai sono i sindacati stessi a violare la Carta (art. 39) non accettando di farsi registrare. Il che ha ovvi motivi: per registrarsi dovrebbero dotarsi di statuti democratici (incompatibili con la mentalità "io copro te e tu copri me" che serpeggia in CGIL) e contarsi al proprio interno, mostrando così a tutti che i numeri immani sbandierati non hanno alcun fondamento.

** Ad ennesima conferma che tra la nostra "destra" mignottara e la nostra sinistra ultra-sindacalizzata le differenze sono minime. 
Non è un caso che oggi i primi avversari del berlusconismo siano Fini e Marcegaglia (entrambi vittime dei linciaggi mediatici dei quotidiani del Presidente del Consiglio), persone che di certo non provengono dall'area del sindacalismo o della sinustra militante.

*** Nel caso dei baby boomers, il conto del loro futuro lo ha pagato quella parte del mondo tenuta fuori dal mercato globale e lo pagano i giovani di oggi su cui si scaricano tutte le voragini nel bilancio del welfare state.

giovedì 19 agosto 2010

La strategia che conduce alla sconfitta: il declino della sesta potenza industriale

Per anni ci hanno bombardato in Tv con frasi del tipo "le PMI sono un punto di forza, sono più flessibili e fanno prodotti più di qualità" oppure "il made in Italy ci salverà, è un marchio rispettato nel mondo": tutte balle.
Le PMI mancano della possibilità di mettere in atto economie di scala e quindi sono sempre più deboli in un mercato globale: potevano sopravvivere quando il mondo consumista finiva a Trieste, ora sembrano dei dinosauri, come un artigiano con accanto il Walmart. Questo declino delle PMI si vede ad ogni livello, dai produttori di scarpe alle firme legali che stanno perdendosi il business di cause generato dall'impetuosa crescita economica in Cina (la Cina ha fame di cause legali, per lo più di diritto societario, ma l'Italia che ha tanti avvocati come Francia, UK e Germania messi assieme non riesce ad esportarli).

Ed anche il tanto sbandierato "valore aggiunto della nostra produzione" in larga parte è una balla: magari valeva venti anni fa quando si iniziò ad accusare i cinesi di "saper solo copiare" [1], oggi si sono presi il nostro "know how" e dalla loro hanno i numeri di 300 milioni di middle class e un mercato potenziale di dimensioni continentali.

Ci siamo illusi che la crescita economica dell'Asia significasse questo: "l'Asia produce, ma le teste pensanti restano occidentali".

Che è un po' come dire che l'asiatico è scemo mentre invece l'europeo/americano è furbo: ovviamente non è così, ed in Asia si sta ovviamente spostando anche la progettazione e la direzione strategica.
Del resto, non era credibile che lo sviluppo dell'Asia fosse diretto da milioni di occidentali con "competenze strategiche" ma privi di competenze tecniche: siamo come un esercito in rotta fatto solo di generali a quattro stelle e senza sottufficiali né soldati.

Questo ha un riscontro anche nelle scelte di studio dei ragazzi: per un ventennio (1990-2010) è sembrato che tutti si preparassero al solo scopo di diventare manager, dirigenti, alti funzionari e strateghi dell'economia [2].
Non c'è ovviamente modo di assorbire tutte queste mandrie di "grandi stateghi"; ed anche l'Asia che cresce non se ne fa di niente visto che, non essendo popolata dai bruti "buoni-solo-a-copiare" come i razzisti di casa nostra sostengono [3], ha a casa proprie le risorse umane per provvedere da sé alla gestione strategica del suo sviluppo economico.

Forse solo ora ci si sta un po' svegliando da questo sogno senza senso, ma c'è da chiedersi se forse non sia troppo tardi per larga parte delle nuove generazioni: questa è l'altra faccia del precariato di cui ho parlato nel precedente post.
Il preceriato ha scaricato sui giovani tutte le responsabilità delle generazioni precedenti, le PMI si sono illuse di poter mantenere il loro modello di business in un mondo che cambia radicalmente (il PIL cinese eguaglierà quello USA nel 2030 e per il 2050 lo doppierà!) ed i giovani si sono affidati alle false speranze di un sogno che non ha alcun contatto con la realtà.
Questo mentre in Asia la gente si dà da fare, si rimbocca le maniche, manda i propri figli in politecnici dalla selezione durissima (roba che da noi manco alla Normale) e vede il proprio tenore di vita salire di giorno in giorno.

Anni fa speravo in un declino morbido per questo paese.
Oggi mi pare che la caduta sarà brusca e dolorosa non solo per l'Italia (che, come sempre, è all'avanguardia quanto a degenerazioni dell'Occidente, Fascismo in primis) ma per tutta quella parte del mondo che va da Berlino a Los Angeles.


[1] La stessa pretesuosa accusa era stata mossi negli anni '50 e '60 già ai giapponesi, accusati di "saper solo copiare la tecnologia occidentale" (e tedesca in particolare): poi si è visto come è andata, con Toyota primo produttore di auto al mondo. La realtà è che quando uno ha tanto entusiasmo e voglia di fare, ma manca di competenze, deve pur partire da qualche parte ed i primi passi si fanno per imitazione. Poi, imparati i rudimenti, ci si metterà del proprio.
Questo è ciò che hanno fatto i Giapponesi e ciò che stanno facendo i cinesi.

[2] Come spiegare altrimenti il boom di corsi di laurea come Scienze Politiche? Hanno creato perfino una laurea in "relazioni internazionali e risoluzione di conflitti", il cui unico sbocco sensato ovviamente è una carriera diplomatica a dirimere importanti conflitti geopolitici. Uau. Peccato che ovviamente di posti del genere se ne liberino due ogni dieci anni e che i laureati in questa roba siano decine di migliaia l'anno.

[3] Il solito magico duo LegaNord+sindacati, uniti nella pratica dello "smerdo" del diverso da sé.

mercoledì 18 agosto 2010

Il Lavoro in Italia

  • L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. (art.1)
  • La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. (art.4)
La nostra "Carta" ci informa che abbiamo il diritto-dovere di lavorare e che la Repubblica ci garantisce questo diritto. Uau.
Ovviamente però sono tutte balle: la Costituzione, per quel che vale, può pure sostenere che il Sole ruoti attorno alla Terra e che la materia sia composta di soli quattro elementi (acqua, aria, fuoco e terra, così facciamo contenti pure i cazzoni new-age), ma questa affermazione non renderebbe tali vaccate meno false.
Allo stesso modo per il "diritto al lavoro": possiamo pure ammantarci di comunistissima presunzione ed enunciarlo come un grande progresso dell'umanità, ma la realtà è che il diritto al lavoro non c'è e non può esistere.

Esiste però il diritto del lavoro che è ciò di cui mi occuperò in questo post.
I soggetti che hanno contribuito ad arrivare al diritto del lavoro che c'è oggi sono molti, ma i principali sono i sindacati e la sinistra, poiché da sempre queste due entità (ben definiti i sindacati, più vacua ed etera la cosiddetta "sinistra" politica) si sono fatte portavoce dei problemi del mondo del lavoro.

Una prima considerazione: nel 1996 il mercato del lavoro era ingessato e le nostre imprese stavano perdendo di competitività sui mercati internazionali.
Vi ricorda qualcosa? Sono passati 14 anni ed i problemi sono rimasti gli stessi, sebbene la situazione sia comunque cambiata: per ridare ossigeno ad un mercato del lavoro asfittico, il governo di allora (Prodi I) aveva davanti due opzioni.

La prima, ridiscutere l'intero sistema di relazioni lavorative.
Si tratta(va) ovviamente di un progetto ambizioso, come tale ovviamente da scartare a priori in un paese come il nostro.
Un contratto di lavoro è per prima cosa un contratto, cioè un accordo tra privati. Ciononostante non è disciplinato dal diritto privato perché il legislatore, riconoscendo la funzione sociale del lavoro, è intervenuto pesantemente per regolarlo.
Se le intenzioni erano sacrosante (limite all'orario di lavoro, obbligo di misure di sicurezza, ecc) alcuni sviluppi di questa regolamentazione (legge 300 del 1970) sono stati oggettivamente eccessivi [1]: mi riferisco in particolare alla virtuale non-licenziabilità del lavoratore anche qualora il suo comportamento o rendimento sul lavoro fosse mediocre. Certo, si può licenziare per "giusta causa" o per "giustificato motivo soggettivo", ma come tutti sanno percorrere questa strada è quasi impossibile visti i tre gradi di giudizio e l'attivismo dei sindacati sempre pronti a difendere anche l'indifendibile. Di fatto, quando una grande ditta con più di 15 dipendenti assume a tempo indeterminato qualcuno, di fatto se lo sposa senza la possibilità di poter mai più divorziare.
E' una "tutela totale" con obbligo di reintegro per il dipendente licenziato: non ha pari in tutto il mondo occidentale (con la possibile eccezione della Francia, dove però i provvedimenti disciplinari contro i lavoratori sono ben più severi che da noi) ed i sindacati che vevano spinto per ottenerla ribattezzarono impropriamente la legge 300 del 1970 "Statuto dei Lavoratori", come se fosse una costituzione a parte superiore alle leggi ordinarie.
Ovviamente, dopo 35 anni di questa legge e quasi 30 di alternanti crisi economiche che hanno messo fine al "miracolo italiano" del dopoguerra, un simile sistema mostrava tutte le sue mancanze. Andava ridiscusso, e l'allora ministro Tiziano Treu aveva tutta l'intenzione di farlo.
L'unico problema, era che la controparte del governo non aveva la minima intenzione di stare a discutere: lo "Statuto" non si poteva toccare. Come sempre la triade sindacale italiana si dimostra aperta al nuovo ed immersa nella modernità.

Ecco quindi la seconda soluzione possibile (quella che si è poi attuata): svuotare lo "Statuto" di ogni significato per chi entra nel mondo del lavoro, ma lasciando in piedi tutte le garanzie per chi c'è già dentro.
I sindacati amano definirsi "rappresentanti dei lavoratori" ma a parte questa becera retorica di stampo leninista, sono di fatto solo e soltanto rappresentanti dei loro iscritti: accettarono quindi di buon grado la legge 196 del 1997 perché non avrebbe toccato i propri iscritti ma sarebbe andata a gravare solo sulle "nuove leve".
Nuove leve che non avrebbero avuto le tutele dello "Statuto" ma che, non essendo protette e rappresentate da nessuno, potevano ben essere caricate di tutti i guai causati da chi li aveva preceduti.
E così estato: la legge Treu inventa nuove tipologie di lavoro precario (es: interinale), ma soprattutto amplia la figura del parasubordinato per eccellenza (che prima era relegata solo ad alcuni ristretti ambiti), il collaboratore coordinato e continuativo, al secolo il co.co.co.
Il co.co.co. di Treu fa esattamente quel che faceva prima un lavoratore tutelato dallo "Statuto" ma senza alcuna delle precedenti garanzie:
se si ammala non viene pagato;
se va in maternità non viene pagato;
se va in ferie non viene pagato;
può essere licenziato in ogni momento e non c'è per lui nè cassa integrazione nè mobilità (gli "ammortizzatori sociali");
non ha diritto al TFR ed alle aziende costa un terzo in meno in termini di contributi pensione (il che significa che vedrà anche un terzo in meno di pensione, quando sarà vecchio). 
L'uovo di Colombo!
La disciplina del co.co.co. è stata leggermente modificata dalla cosiddetta "Legge Biagi" (legge 276 del 2003) che dà qualche minima tutela in più e chiarifica meglio il ruolo del collaboratore che diventa "collaboratore a progetto" (per gli amici co.co.pro.): il co.co.pro. deve avere un progetto ed è libero dal vincolo di subordinazione, cioè può realizzare il progetto a modo suo senza essere "eterodiretto" (cioè senza che un capo gli dica come deve fare per filo e per segno, basta ottenere gli obiettivi prefissati).
Sulla carta sarebbe tutto fantastico se non che nei fatti il progetto non c'è quasi mai ed il co.co.pro. è trattato come un dipendente ed assogettato agli stessi controlli ed agli stessi orari dei lavoratori subordinati, che però a differenza di lui sono protetti dal licenziamento ed hanno diritto a ferie, malattia, maternità.

Come si capisce al co.co.co. ed al co.co.pro. l'intero "Statuto dei Lavoratori" diventa inapplicabile: in quanto "collaboratori" non sono dei dipendenti veri e propri bensì sono accomunati ai lavoratori autonomi e di fatto privi di tutele.
Cornuti e mazziati, in un certo senso: tutti gli oneri del lavoratore autonomo e tutti gli oneri del lavoratore subordinato.
I sindacati cosa hanno fatto per opporvisi? Nulla, ovviamente. Questi sono contratti per "gente non sindacalizzata", per "giovani", e come tali assolutamente insignificanti per le solite CGIL, CISL e UIL.
Non a caso, l'ultima grande mobilitazione sindacale, voluta da Cofferati della CGIL nel 2002, non è stata affatto contro il precariato che già c'era, bensì per preservare l'articolo 18 dello "Statuto" (quello che garantisce la non licenziabilità) per chi ha il posto fisso.
Allo stesso modo la sinistra politica: clamoroso il caso della raccolta di firme per un referendum che vuole estendere la non licenziabilità anche ai dipendenti di ditte con meno di 15 persone [2], ma che nulla vuole dare a chi vive di precariato senza tutele.

Questa situazione nel tempo ha avuto alcuni interessanti sviluppi [3], ma si possono già trarre le naturali conclusioni:
  1. Chi entra nel mercato del lavoro oggi troverà solo precariato, scontando così le colpe di chi lo ha precedeuto.
  2. Il sindacato ha premuto per trasformare i privilegi in diritti: la non-licenziabilità ha creato problemi alle aziende che adesso ricorrono ad altre tipologie di assunzione prive di alcuna tutela.
  3. Ma un privilegio si differenzia da un vero diritto per la sua durata: un vero diritto ha una sua portata universale e si può ragionevolmente sperare di poterne godere anche tra un secolo.
    Il privilegio ha il "fiato corto" perché trae la sua forza dalla potenza della corporazione che ottiene tale privilegio, e finisce coi membri di tale corporazione.
    Un privilegio, ad esempio, è che i bianchi quando salgono sull'autobus facciano alzare i negri che cedono loro il posto.
  4. Siamo quindi passati da un situazione iper-tutelata (per i vecchi, per chi è già "dentro" il sistema del lavoro) ad una completamente de-regolata (per i giovani che entrano ora).
  5. Il sindacato non ha scopi ecumenici o universalisti [4], bensì di tutela dei suoi iscritti.
    Il sindacato protegge come una corporazione gli individui che hanno la tessera del sindacato, non è interessato a difendere i lavoratori in quanto tali, ma solo i lavoratori sindacalizzati.
  6. Vie alternative che comportassero una ridiscussione globale delle garanzie di tutti sono state evitate per non scontentare i sindacati da parte di tutti i governi dal 1996 ad oggi.
    Che lo abbia fatto Tiziano Treu in un governo appoggiato dai comunisti è in un certo senso comprensibile, che anche i governi Berlusconi (che tanto sbandiera una presunta "rivoluzione liberale") abbiano seguito la stessa rotta è un affronto alla politica. Ha fatto più liberalizzazioni Bersani in due anni (governo Prodi II, 2006-2008) che Berlusconi in nove.
  7. Tutte questa "flessibilità" che è stata immessa nel mercato del lavoro non ha salvato l'Italia da 13 anni di stagnazione economica.
    Il mercato del lavoro è flessibile in ingresso ma sconta ancora il peso dei lavoratori con contratto "a vita".

E quindi? La nostra sinistra è il male incarnato ed i sindacalisti gli araldi delle tenebre? Sì, ma non è solo questo. Magari fosse solo questo.
La cosa peggiore, forse, è la realtà del nostro sistema produttivo fatto di piccole e medie aziende che sono sempre più incapaci di garantire lavoro e profitti.
Solo una grande azienda come FIAT ha la forza di andare dai sindacati, prenderli per la collottola e dire loro: "belli miei, o mi garantite che i vostri lavoratori lavorino davvero e producano x vetture nel tempo y, oppure vi lascio in pasto ai vermi".
Ma di FIAT ce n'è una sola ed a meno che questa nuova ottica basata sulla produttività non riesca a fare breccia nel mondo del lavoro italiano, dobbiamo aspettarci il solito pericoloso "inciucio" di connivenze tra sindacalismo ed imprenditoria che penalizza la competitività italiana nel mondo. La strada seguita da decenni a questa parte, con il mantenimento della "pace sociale" ad ogni costo, ha solo generato mostri come il precariato, il lavoro nero e la disoccupazione permanente per centinaia di migliaia di persone [5].
Le nostre PMI non solo non hanno la forza di imporre concorrenza e produttività, ma stanno anche perdendo le opportunità della globalizzazione e dell'ascesa di nuove potenze economiche come i BRIC (Brasile+Russia+India+Cina).
Ed anche se in Italia il mercato è viziato da connivenze e sotterfugi, a livello internazionale si vede sempre più come l'Italia sia destinata (a meno di un improbabile e drastico cambio di rotta) ad una marginalizzazione sempre maggiore.




[1] Ne è dimostrazione il fatto che vincoli come la "durata eterna" del rapporto di lavoro sono stati aboliti quando sono state create le figure di "lavoro flessibile", ovverosia precario.

[2] L'art.18 della legge 300/1970 garantisce il reintegro al lavoro per chi viene licenziato in aziende con più di 15 dipendenti e garantisce un rimborso per chi viene licenziato in ditte più piccole. Tutte le latre tutele previste dalla legge 300/1970 sono uguali per tutti i lavoratori subordinati.

[3] In particolare, il diffondersi del cosiddetto "stàge": non un rapporto di lavoro ma un tirocinio.
Può essere pagato o meno, non dà alcuna tutela e può essere interrotto da ambo le parti in ogni momento.
Era stato pensato come prima tappa per imparare un mestiere, è diventato nella pratica un modo per avere a disposizione dipendenti gratuitamente o per rimborsi spese minimi (in genere da 0 a 500 € il mese). 
Si tratta della naturale evoluzione del co.co.pro.: come quest'ultimo è in realtà un lavoratore subordinato inquadrato come lavoratore autonomo, così lo stagista è un lavoratore subordinato inquadrato come non-lavoratore.

[4] Questo lo si vede anche quando una azienda come Fiat vuole delocalizzare la produzione in Serbia o in Polonia: il sindacato italiano protegge i suoi iscritti italiani, non è minimamente interessato al fatto che per i lavoratori serbi e polacchi un lavoro in Fiat possa rappresentare una grande occasione di crescita.
Questo in barba a tutta la retorica sindacale di matrice marxista: il sindacato oggi è forse una delle associazioni più razziste che esistano in Italia, e non deve quindi affatto sorprendere che gli elettori della Lega Nord abbiano in tasca la tessera della CGIL. 

[5] Curioso come la "pace sociale" sia un concetto totalmente estraneo al marxismo e più tipico delle politiche sociali della Chiesa Cattolica: per Marx i mutamenti dei rapporti di forza economici generano sempre dei conflitti sociali, anche violenti, e chi ha letto il Manifesto o il Capitale non potrà che rimanere sbalordito nel sentire con quanto ardore il filosofo di Treviri esalta i successi e lo spirito dinamico della borghesia imprenditoriale.
Tutto questo manca completamente al nostro sindacato, arroccato com'è nella difesa reazionaria dei privilegi dei vecchi e nella nostra sinistra che mira al mantenimento di uno status quo sempre più insostenibile.